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Nota 25. cap. 89.

DELLE PUBBLICHE CURE) Anche qui duolsi il Ferlet di non intendere il Testo; e vuole che si rimuova, come spurio ed intruso , quanto sta scritto da vulgus sino a sentire; per la ragione che Tacito, nel capitolo antecedenle avendo detto nullus ordo melu ant periculo vacuus, se ora dicesse cominunium cue rarunt expers populus,cadrebbe nella coutraddizione più mostruosa : poichè egli vuole che populus dennii non la plebeglia, ma la totalità d'un corpo politico, un'intera nazione. Quel galimathias! egli esclama. Qui narra l'intera nazione libera d'ogni cura, communium curarum expers populus, mentre poche ri. ghe innanzi asseri, che ogni Ordine era in travaglio o in perico. to, nullus ordo metu aut periculo vacuus. Possibile che niun interprete innanzi a lui si accorgesse di tanto sconcio? Vediamo dunque s'ei ben s'apponga, o sogni ad occhi veggenti,

Incominciamo ad istruire il Ferlet, poichè protestasi d'ignorar. !o , che populus non sempre denota nazione intera. Talvolta lo di ciascun Ordine, ma de’ varj ingegni che ciascun Ordine componevano . Incoinincia da' senatori, da'nobili, da' cavalieri. Non è superfluo ricordare al Ferlet, che nobili non si vuol preudere per patrizj; perchè la nobiltà roinana fu composta ognor di famiglie tanto plebee che patrizie, le quali anzi non solo per opulenza, ma per chiarezza ancora e per nobiltà, frequentemente furono dalle plebee superate. Descritte in corpo le disposizioni di cuore e d'animo di questi ordini, passa a descriver quelle de' saggi, e di quanti o per una vana ambizione, o per una disperata esistenza non si restavano inoperosi ne' turbamenti della repubblica. E con tal descrizione chiude il capitolo antecedente Ora egli è chiaro , che avendo Tacito preso a descriver gli animi di tutti gli Ordini della Città , lasciava il quadro imperfetto ove compiesse qui la sua descrizione: poichè mancava di notar quanti insensati costituiscono il volgo, e son d'ogni Ordine, i quali adombrò Cicerone pro Planco cap. 4., dicendo non est consilium in vulgo, non ratio, non discrimen , non diligentia ; e di accennar la disposizione della plebaglia, che non solamente forma la maggior classe d'una città , ma è il peggiore istromento ancora d'ogni civil tumulto, non meno per il suo numero, che per le sue qualità di corpo e di spirito. Ma Tacito, esatto sempre nelle sue immagini, appunto in questo capitolo prende a mostrare lo stato della plebaglia e del volgo : sed vulgus, et magnitudine nimia communium curarum expers populus, sentire paullatim belli mala. Che populus debba qui denotare plebaglia, chiaro apparisce dal nominarsi a distinzione e in opposizione non sol de patrizi e de' cavalieri, ma ancora de' nobili già mentovati , siccome abbiamo preniesso. Lo mostra poi sensibilmente lo Storico col nominarlo plebem in questo stesso periodo e col medesimo oggetto: populus sentire paullatim belli mala .... quae motu Vindicis haud perinde plebem altriverant. Lo esige infine l'indole stessa de' mali, che qui descrivonsi, e riducevansi a carestia di viveri e a scarsi. tà di danajo: conversa in militum usum omni pecunia , intentis climentorum pretiis: poich'egli è fermo che Tacito disegoa sempre tal plebe, ove nomina popolo, caritate annonae tumultuante ; perchè se il ventre non è suo Dio, ha certo la sua ragione nel ventre. Quindi non disse intelligere , videre , percipere, ma sentire. E chiaro poi, che tal popolo, costretto ad accattar la vita con ogni vile esercizio, non poteva nemmen comprendere la gravità delle pubbliche cure; perchè, tolto ogni genere di Comizi, non che i Tributi ed i Centuriati, fin sotto la signoria di Tiberio, non rimarrevagli nemmen la pubblica piazza, ove confusamente erudirsene. Se res communis valse anehe per i Latini antichi res publica, come ne attesta Sisenna appo Nonio cap. 12. num. 18., niuno potrà vietare che qui communium si prenda per publicarum, come vuole assolutamente la qualità del conceito. Ed ecco, s'io mal non m'appongo, libero Taito d'ogni contraddizione, e salvo il Teste dalle ruine, che gli minaccia il Ferlet.

denota plebe in opposizione a'patrizi ed a'cavalieri : talvolta quella porzion della plebe, che da’Latini si nominava minuta, e da Tacito in questo Libro cap. 5. plebs sordida, e perciò quella che noi nomiamo plebaglia: talvolta infine si dice de quacumque multiludine ac turba , come alla voce populus com piosamente dimostrasi dal Forcellini. Vulgus poi prendesi ordinariamente a distinzione ed in opposizione di sapiens, come basta senz'altro esempio a chiarircene l'autorità di Cicerone in Brulo cap. 53: scrivendo sapientis judicium a judicio vulgi discrepat. Come dunque il sapiente può essere d'ogni classe, così d'ogni Ordine ha volgo; e volgo furono e saran sempre coloro , che a qualunque classe appartengano, sono di cuore e d'animo vili a segno, che a niuna estimazione per aiuna buona o malvagia opera di qualche strepito aspirar possono. Nobiles atque ignobiles vulgus fuimus , sine gratia , sine auctoritate, his obnoxii, dolevasi Catilina presso Sallustio cap. 20. Chiarito il significato di tali voci, che qui si trovano unite, passiamo a verificare il sentimento di Tacito. Ei nel capitolo anteceden. te prese a descrivere il turbamento, che agilo Roma per la partenza di Ottone. Poich'ebbe dunque mostrato, come accostuma sempre, ove incontrasi a simili descrizioni, la generale disposizione della città, dicendo ch'era in travaglio od in pericolo ogni Ordine, passa ad esporre i diversi affetti e pensieri non so

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A SPESE DI GIO, MAGYERI E GIUSEPPE MOLINI E COMP,

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