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ed utilità dallo Storico, che, rallegrandosi il volgo di tanta degradazione del principe, si rallegrava contro ragione, perchè a suo danno, di tale ignominia pubblica ?

Parrebbe il P. Petrucci mosso da tali ragioni a concedermi d'incarcerar tra due virgole il per injuriam , se io potessi mostrargli laetor unito col genitivo. Ma non credendo che il possa per essersi egli avvenuto sempre a vederlo andare coll’ablativo o semplice, o retto dalle preposizioni de o in, riprova tale interpretazione, siccome rea di lesa latinità. Quindi richiamaci o al per incuriam, o al per injuriam; prendendo injuriam nel senso di derisione e di scherno, per quel piacere, com' egli spiegasi, che si prova nel disapprovare con una ironica allegrezza l' altrui vergogna . Osserverò brevemente che,

posto ch'egli crede potersi dal per injuriam trarre un concetto assai proprio, non può aver luogo l'alternativa, poichè l'Ernesti con altri sostituirono per incuriam,appunto perchè credetter o niun senso offrirsi dal per injuriam ; ed ogni correzione non è per legge di critica che un attentato, ove non sia consigliata da eguale necessità. In quanto poi alla interpretazione, con cui si studia di sostener per injuriam , potrebbe ciò consentirglisi , quand' egli avesse pur dimostrato , primieramente, che quella plebe fosse capace e di conoscer tal onta, e di riprovarla con beffa a contumelia del Principe, lo che per le ragioni da noi prodotte, e da lui neppure impugnate, gli sarà sempre impossibile; in secondo luogo, che injuria si usasse mai da' Latini ad esprimere derisione, o l'equivalente. A me certo non ne sovviene esempio, nè alcuno me n'esibiscono i Lessici consultati. Ne, se ciò fosse, l'Ernesti, e tanti periti pur di latino, escluso avrebbono il per injuriam per non saperne, a publici flagitii unito, trar senso. Talchè raffermasi la necessità di respingere e l'una e l'altra lezione, una per non offrire alcun senso , l'altra per surrogarlene un falso; e quindi d' incarcerar tra due virgole il per injuriam, per lo qual niodo può solo aversi un concetto pien di grandezza , di forza , e di verità. Ma tale incarceramento non può seguir che a ritroso della gramma: tica. Io non avrei creduto, che ciò mi venisse opposto dall'elegante traduttor di Callimaco, dal successore illustre de' Mureti, de Zamagna , de' Cunich nel magistero della latina e della greca eloquenza nella Città prima in greca e in latina letteratura. Potrei pregare il P. Petrucci a riflettere, che i Latini usaron pure e sovente unire col genitivo i verbi per la natura della lor lingua più schivi di questo caso, ove con esso fossero uniti i loro corrispondenti da Greci, per esprimere i lor concetti con attica venustà , come dimostrano spezialmente l'agrestium regnavit populorum, e il desine mollium querelarum di Orazio:che potea quindi a più buon diritto unirsi laetor dal Tacito col genitivo, perchè, avvisatane l'indole, può sostenerlo ancora più propriamente che regno e desino : che non potrebbe tal libertà contrastarglisi perchè altri prima di lui non l'asò; nè si . potrebbe contendere che qui in tal forma l'adoperasse, perchè non trovasi io egual modo alira volta usato da lui medesimo, poichè son d’unico esempio in Orazio stesso desino e regno:che Tacito suol senza esempio usare tal libertà , siccome tra gli altri mostrano ed il petendae e Pisone ultionis Ann. lib. 3. cap. 7., e il nec depellendi periculi Hist. lib. 4. cap. 42., modo , che il P. Petrucci attesta essere a Tacito familiarissimo: che finalmente l' uso costante di únire con questo caso laetus , che

pur è un modo di laelor , bastantemente chiarisce che questo verbo non isdegnava congiungersi col genitivo, e potea pure senz'on. ta da grave autore accoppiarglisi . A tutto ciò lo pregherei di riflettere, se non mi fosse più agevole spedir la disputa con farlo cheto di ciò che pur mi domanda . Ei vuole esempj. Abbiane dunque due; e sia l'uno del maggior de poeti, l'altro del massimo de' grammatici ... ... nec veterum memini, laetorve malorum , cosi Virgilio nel verso 280. del lib. XI. dell'Enei. de , il qual da Servio è cosi commentato : nec meminisse volo victoriarum mearum ...... nec laetor Trojanorum malorum .. . Laelor autem maloruin figura graeca est . Poiché dunque e la ragione lo vuole , e la grammatica lo consente, perinetta il P. Petrucci che si provvegga con tale incarceramen. to alla verità del concetto , ed alla dignità dello Storico .

Nota 2. cap. 33.

ESEMPJ) A rimuovere da tal concetto ogni malignità di sinistra interpretazione, non è mestieri valerci di quelle regole, che alla Nota 1. pag. 221. del lib. XIV. noi ricordammo, per inferir la necessità di recare alla miglior parte parole e sensi di ambiguo significato . Perocchè qui le parole son così limpide , che non possono a rea sentenza travolgersi senza supporle espresse con uno spirito,che intese naturalınente non manifestano. Il Bruchero in fatti non s'avvisò d' arguirne l' epicureismo di Tacito ;

e pochi , i quali le argomentarono espresse appunto con uno spirito ironico a derision della Provvidenza , furon da molti e gravi interpreti riprovati . E benchè tra questi siavi l' Ab, Pastore, a cui gli sembra incivile non consentire, pur vuole il P. Petrucci attenersi a' pochi, perchè vien questo epifonema immediatamente appresso alla descrizione della disgrazia accaduta ad Asclepiodoto, dopo chei diede un esempio si virtuoso; e manifesiamente apparisce dallo Storico apposto a proposito di una virtù disgraziata. Ben lungi dal contrad dire che apposto sia dallo Storico a proposito dell'esilio e dello spoglio avvenuto ad Asclepiodoto ; son anzi fermo che tal dovrebbe estimarsi, quand' anche l'epifonema non seguitasse innmediatamente alla narrazione di quello spoglio e di quell'esilio, di cui lo rimeritò per la tanta fede la crudeltà del tiranno. Né solamente perchè non è che un periodo quanto si chiude tra idem e documenta , talchè essenzialmente l' epifonema rappor- : tasi a tutta la narrazione , che in quello spoglio ed esilio ha il pieno suo compimento ; ma perchè, se a proposito di quell' esilio e di quello spoglio non fosse apposto, tutta dileguerrebbesi l'onestà dell' esein pio , nè commendar si potrebbe la Provvidenza di oppor buoni a' malvagi esempi con equità. Trattavasi di riparare il crollo dato al merito dell'onestà da un ribaldo, che avvantaggio di stato col vendere ogni dover di amicizia, di clientela , e di setta a rovina đun innocente. Poteyasi ció da un uomo, che sorto fosse a proteggerlo, per sentimento sl d'amicizia , ma confortato dalla certezza o di maggior pro, o di gloria senza pericolo? No , dice Seneca Episit 9; perchè ogni rispetto d' utile toglie l'onestà tutta e lutta la dignità all'amicizia ; cosicchè stolto , se pur non empio, sarebbe ri. petere dagl' Iddii ciò che producesi spontaneamente dalle pas. sioni più abbiette ancora degli uomini . Nol potea dunque per sentimento di Cicerone Paradox. IV., che un uomo che avesse l'animo pieno di sì divina costanza , ch'anzi ogni strazio incontrasse , che romper fede. Tale si fu Asclepiodoto , che non si trasse dal virtuoso proposito per quanto aspettar dovea dall' ira di quel tiranno , che nell'amico innocente si argomentava a distruggere la virtù stessa, come si esprime Tacito nel cap. 21. di questo libro. Se il P. Petrucci si fosse avvenuto a leggere tal sentenza detta di uomo da scrittore cristiano , avrebbe osato nomar disgrazia lo spoglio delle sostanze e l' esilio sostenuto da Asclepiodoto, e la sua ferma fede una virtù disgrazia

Note agli Annali Tom. II.

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ta? Glielo vietava chi sentenzið beato chiunque soffre per

la giustizia , e doppiamente beato si per la gloria della coscienza, che

per la felicità dell'eterna retribuzione. Molto meno avreb. be osato di prendere l' epifonema ad insulto della Divinità; perchè il medesimo Oracolo lo istruiva non darsi più chiaro segno della divina predilezione, che l' esser posto per la giustizia in travagli, che sostener non si possono senza divina virtù . Niuno s'avvisi ch' io voglia paragonare la santità del Vangelo a niuna filosofia . Ma se gli era cosi disdetto di credere d' un cristiano da dogmi del Cristiangsimo , non gli era certo permesso di cosi credere d' un socratico, o d'uno stoico che vogliasi, dalle massime dell'Accademia e del Portico : perchè il pensare d'ogni uomo estimar si debbe secondo la sua ragione di credere. A co. noscere ciò che pensavasi di ogni uomo afflitto pra fede od altra virtù , senza gravar le carte di allegazioni , basta conoscere ciò che pensavasi da tali ingegni di Regolo . Non fu disgraziato Regolo , non infelice , non misero , ma beato a giudizio di Cicerone Paradox. II., e di Seneca de Provid. cap. 3.; e perchè secondo l' espressione di questo cap. 6. spectaculo sui lae. tus, e perchè ad opinione di quello loc. cit. assicuratagli dalla morte uva beata ed eterna celebrità ; talchè n’ era con la virtù da lodare , imitare , e bramar la vita , siccome in mezzo alle avversità fiorente sempre e beata cit. loc. cit. Nè il virtuoso a cimento con la sua mala fortuna si reputaya sol tanto uno spettacolo degno di Dio, Seneca de Prov. cap. 2.; ma l' opera di Dio stesso, che reputandolo degao , in cui provare quanto umana natura può sostenere cap.5., e quindi amandolo come padre cit. cap. 2., a tal cimento traevalo per onorarlo de Tranquil.vit. cap: 10. Ed era solo per la divina virtù che trionfasse à una battaglia , a cui veniva sospinto dalla divina benevolenza. Si hominem , cosi Seneca Epist. 41., videris interritum periculis , intactum cupiditatibus, inter adversa felicem , in mediis tempestatibus placidum .... non dices : ista res major est altiorque, quam ul credi similis huic, in quo est, corpusculo possit? Vis istuc divina descendit: animum excellentem, moderatum, omnia tamquam minora transeuntem, quidquid timemus optamusque ridentem, coelestis potentia agitat: non potest res tanta sine adminiculo Numinis stare. Nè queste massime vogliono dirsi talmente stoi. che, che reputar non debbansi ancor socratiche, anzi di così limpida verità, che ad ogni setta , che usasse sana ragione , si

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convenissero, come avvisò Cicerone Paradox: in Proem; chiamandole non pur socratica, ma longe verissima. Ora conviene ignorarne

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opere, per non conoscere come esse concordi il senno di Tacito. Lo strazio della virtù, costantemente, e in mille guise operalo da'vizj ognora signoreggianti, è l'argomento lugubre delle sue Storie, com'egli stesso ci avvisa Ann. lib. 4. cap. 33.; Hist. lib. 1. cap. 2. 3.; Agric. cap. 1. Ch'egli prendesse a descriverlo per animare gl'imperj e gli uomimi a continuarlo , o per insultare con il racconto di tante scelleratezze l'umanità capace di tanta degradazione? No; perchè s'egli credeva non si poter estirpare i vizj radicalmente dall' imperfetta natura umana, tenea però che potessero cosi correggersi , che nè continui fossero, e da virtù sopravvegnenti si compensassero Hist. lib. 4. cap. 24. A questo dunque egl’intese, e chiaramente si protesto d'operarlo col creare dispetto ed ira del vizio , e pietà stima ed amore della virtù Ann. lib. 3. cap. 65., lib. 14, cap. 64. Era opinion de' filosofi, come dimostrasi profondamente dal Vico de Constant. Philol. Pars. II. cap. 3. et no. che la divina giustizia a due gravissime pede in questa vita medesima sottoponesse i nalvagj, allo strazio della coscienza e all'infamia. Ora chi più di Tacito prese a rendere abbominevole il vizio col mostrarlo in qualunque stato misero ed infelice per la gravezza appunto di queste pene? Senza recare in mezzo tutto ciò ch'egli dell'una e dell'altra espresse, a comprendere quanto crudele ei reputasse la prima, cioè il rimorso, basta avvisare ciò che ne dice Ann. lib. 6. cap. 6.; lib. 14. cap. 10.; lib. 15. cap. 36.; rispetto all'infamia poi , la quale profondamente fu diffinita dal Vico cit. cap. 3. commune hominum judicium, quod improbe factum damnat , quanto ne dice e ne mostra partitamente lo Storico può scorgersi compendiato in una sola espressione là dove quel desiderio , ch'han gli uomini di conoscere e di onorar le geste e i costumi de' virtuosi, che il Vico appella sensus communis reverentiam, onde poi vuole che si derivi l'infamia cit. cap. 3., è da lui detto conscientia generis humani Agric. cap. 3. e di tale natura e forza che non può spegnersi, nè comprimersi. Essa per. seque e travaglia il malvagio in vita; essa lo strazia ed opprime estinto con il giudizio della posterità; né piange sopra il cadavere del virtuoso, se non a fine di muovere con quelle lagrimel'ammirazione e la stima di tutti i secoli, come assai meglio delle sue massime, ch'uopo non è di raccogliere, mostra la fine

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