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bato. Egli ondeggiando fra la vergogna e lo sdegno, rescrisse alfine, che Antistio, non provocato da ingiuria, obbrobriosamente straziò l'onore del Principe: che a'Padri ne fu la pena richiesta ; e pena a tanto misfatto pur si doveva: egli però, che frenat' avrebbe la loro severità, non vietavane l'indulgenza. Decretino a senno loro; e so ancor piace lo assolvano. Lettesi tali cose, e conosciutolo offeso, non perciò i Consoli altra sentenza proposero, o di consiglio variò Trasea, o gli altri, che acconsentirongli, si ritrassero, parte, per non parere di crear odio al Principe; i più, sicuri nel numero; Trasea, per la usata fermezza d'animo, o non gittare sua gloria.

50. Fu travagliato da eguale accusa Fabrizio Vejentone per avere di molte infamie gravati i Padri e i Sacerdoti ne' libri, che intitolò codi. cilli. Talio Gemino, accusatore, aggiungeva, ch'egli usò vendere i benefizj del Principe, ed il diritto di procacciarsi gli onori. Lo che stimolò Nerone a giudicarne egli stesso : e convintone Vejentone, lo discacciò d'Italia, e ordinò se ne bruciassero i libri, che si cercarono e lessero ansiosamente, finchè fu rischio acquistarli: poi la licenza di possedergli mandolli in dimenticanza..

51. Ma ogni di raggravandosi i mali pubblici, i rimedj si minoravano: e cessò Burro di vivere, se di morbo o di veleno è mal noto. Congetturavasi infermità dal gonfiarglisi appoco appoco la gola, e in guisa da soffocarne il respiro. I più affermavano che per ordine di Nerone, quasi per medicarnelo, adhiberetur, inlitum palatum ejus noxio medicamine ad severabant : et Burrum , intellecto scelere, cum ad visendum eum Princeps venisset , adspectum ejus aversatum, sciscitanti hactenus respondisse: Ego me bene habeo. Civitati grande desiderium ejus mansit, per memoriam virtutis, et successorum alterius segnem innocentiam , alterius flagrantissima flagitia et adulteria .Quippe Caesar duos praetoriis cohortibus imposuerat : Fenium Rufum, ex vulgi favore, quia rem frumentariam sine quaestu tractabat. Sofonium Tigellinum, veterem impudicitiam atque infamiam in eo secutus. Atque illi pro cognitis moribus fuere, validior Tigellinus in animo Principis, et intimis libidinibus adsumptus: prospera Populi et militum fama Rufus: quod apud Neronem adversum experiebatur.

52. Mors Burri infregit Senecae potentiam ; quia nec bonis artibus idem virium erat, altero velut duce amoto, et Nero ad deteriores inclinabat. Hi variis criminationibus Senecam adoriuntur, tamquam ingentes et privatum modum evectas opes adhuc augeret: quodque studia civium in se verteret : hortorum quoque amoenitate et villarum magnificentia quasi Principem supergrederetur. Objiciebant etiam, eloquentiae laudem uni sibi adsciscere, et carmina crebrius factitare, postquam Neroni amor eorum venisset. Nam oblectamentis Principis palam iniquum, detrectare vim ejus equos regentis; inludere voces, quotiens caneret. Quem ad finem nihil in Rep. clarum fore, quod non ab illo reperiri credatur? Certe finitam Neronis puerigli si unse di veleno il palato; e che Burro, compresa la scelleraggine, fattosi il Principe a visitarlo, voltogli il dosso, e interrogatone, come stesse, ora, rispose, sto bene. Rimase a Roma gran desiderio di lui per la memoria di sua virtù, e per la vile innocenza d'uno de'suoi successori, e gli ardentissimi vizj ed adulterj dell'altro: perocchè Cesare a' pretoriani due soprappose, Fenio Rufo per il favore del volgo, perchè l'annona senza rapacità amministrava; e Sofonio Tigellino, premiando in lui l'impudicizia antica e l'infamia. Ed ei ne uso secondo i conosciuti costumi: prevalse nel cuor del Principe Tigellino, ministro di sue segrete libidini. Fenio era caro al popolo ed a' soldati, lo che gli era presso Nerone dannoso.

52. La morte di Burro infranse il potere di Seneca: perchè nè aveano le buone arti la stessa forza, quasi scemate d'un capo; ed inclinava Nerone a' pessimi. Questi con varie criminazioni Seneca investono, come tuttora aumentasse ricchezze immense ed oltre il privato vivere già trascorse ed il favore brigasse de'cittadini, e con l'amenità degiardini e lo splendor delle ville quasi il Principe sorpassasse. Gli opponevano ancora ch'ei s'appropriasse tutta la gloria dell' eloquenza ; e che si desse con più frequenza a far versi, poiché Nerone di tal vaghezza fu preso. Che apertas mente inimico a' passatempi del Principe biasia mavune la valentia nel maneggiare i cavalli, e ne scherniva la voce qualor cantasse. Perché tiam, et robur juventae adesse , exueret magistrum, satis amplis doctoribus instructus, majoribus suis.

53. At Seneca criminantium non ignarus, prodentibus iis, quibus aliqua honesti cura, et familiaritatem ejus magis adspernante Caesare, tempus sermoni orat , et accepto, ita incipit : Quartusdecimus annus est , Caesar, ex quo spei tuae admotus sum; octavus, ut imperium obtines: medio temporis tantum honorum atque opum in me cumulasti, ut nihil felicitati meae desit, nisi moderatio ejus. Utar magnis exemplis, nec meae fortunae, sed tuae. Abavus tuus, Augustus, M. Agrippae Mitylenense secretum;Ć. Maecenati, ur. be in ipsa, velut peregrinum otium permisit: quorum alter bellorum socius, alter Romae pluribus laboribus jactatus, ampla quidem, sed pro ingentibus meritis, praemia acceperant. Ego quid aliud munificentiae tuae adhibere potui, quam studia, ut sic dixerim , in umbra educata, et quibus claritudo venit, quod juventae tuae rudimentis adfuisse videor? grande hujus rei pretium . At tu gratiam immensam, innumeram pecuniam circumdedisti: adeo, ut plerumque intra me ipsum volvam: Egone, equestri et provinciali loco ortus, proceribus civitatis adnumeror ? Inter nobiles, et longa decora praeferentes, novitas mea enituit? Ubi est animus ille, modicis contentus ? Tales hortos instruit, et per haec suburbana incedit, et tantis agrorum spatiis, tam lato foenore exuberat? Una defen

nulla vi sia di grande nella repubblica, che trovato da lui non credasi. Finita é pur di Nerone la fanciullezza, ed è già in forza di gioventù . Sciolgasi da un pedante, giacchè ha ben ampli maestri negli avi suoi.

53. Ma Seneca, de querelanti istruito per opera di taluni, che fior d'onestà pregiavano , e toltagli sempre più l'intrinsichezza di Cesare, pregalo d'ascoltarlo, e impetratolo così comincia: Quattordici anni son, Cesare, ch'io presi a reggere le tue speranze; ed otto, che tu possiedi l'imperio: in tal frattempo, di tante ricchezze e onori m'hai colmo, che alla mia felicità nulla manca fuori che temperarla. Produrrò grandi esempi, della mia fortuna, ma della tua. Il tuo arcavolo Augusto accordò a M. Agrippa un ritiro in Lesbo, a Cilnio Mecenate ozio in Roma stessa quale straniero: l' uno de' quali compagno delle battaglie, l' altro da tante cure agitato in Roma, ampia mercede in vero, ma pari a'grandi meriti, ottennero. Io con che altro potei la tua munificenza acquistarmi, che con istudj, nell'ozio per cosi dire nutriti ? e i quali han lustro, perchè sembro averli adoprati a formar la tua gioven, gran premio de' miei travagli. Ma tu ďinmenso favore, di smisurata opulenza li coronasti, talche sovente considero tra me stesso: io cavaliere, io provinciale, à Magnati della città sono ascritto > Tra' nobili di antico lustro brillò la mia novità? Ov'è quell'animo già soddisfatto del poco? Tali giardini abbellisce, e per queste ville passeggia, e di si vaste campagne, di tanla

Ånnali Tom. III.

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